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Una strage dimenticata.

Non ne parlano i libri di storia, non lo troverete facilmente su qualche testo. Addirittura lo stesso paese dove i fatti sono avvenuti ha persino cambiato nome, forse per renderlo meno individuabile.
Però i Siciliani non lo dimenticano.
A me, che fino ad allora non ne sapevo niente, ne ha parlato qualche anno fa un simpatico prof siciliano di Geografia, insegnante al Parini di Lecco.

“La sai la storia della Strage di Acate ?” mi chiese.
“No, mai sentita nominare”.

Allora partiamo dall’inizio. Nel febbraio del 1943 si concludono praticamente le operazioni militari in Africa . Il Feldmaresciallo Erwin Rommel prende l’aereo e se ne vola a Berlino. Ma più di 200.000 soldati, la prestigiosa Africa Korps e quello che resta dell’esercito italiano nelle ormai ex colonie, rimangono a piedi a Nord della Tunisia, circondati dagli Anglo-americani.

Avrebbero potuto essere salvati, e trasportati con le navi in Sicilia, dove sarebbero stato utilissimi per la difesa dell’isola: ma Hitler stesso non ha voluto, consegnando di fatto alla cattura e alla prigionia quelli che pur avevano combattuto con grande valore ad El Alamein (“mancò la Fortuna, non il Valore” riconobbero gli Inglesi) ma alla fine erano stati sconfitti da Montgomery.

Mussolini invece tace: è passato il periodo dei discorsi infiammati e dei vaniloqui retorici. Il Duce si rende sempre più conto che la sua situazione si sta facendo sempre più difficile.

Il prossimo passo degli Anglo Americani, lo prevedono tutti, sarà quello di attaccare l’Italia, considerata il “ventre molle” dell’Asse, che per il momento viene furiosamente bombardata dagli “Spitfire”.

Ma dove attaccheranno gli Americani ? Tre sono le opzioni sul tavolo dell’Alto Comando:

1) Attaccare in Liguria, e dividere in due la penisola italiana, tagliando i collegamenti tra l’esercito al Nord e quello al Sud. Ipotesi rischiosa, perché gli attaccanti sarebbero poi stati impegnati su due fronti. Troppo pericoloso !

2) Attaccare in Sardegna, a metà della penisola: ma essendo la Sardegna staccata, poi si sarebbe dovuto ricominciare daccapo nella penisola italiana. Ipotesi quindi anche questa scartata.

3) Attaccare quindi dal Sud della Sicilia, e risalire man mano lentamente verso il Nord. Fu l’ipotesi accolta, che però condannò l’Italia a una lunga distruttiva guerra militare e civile durata quasi due anni .

Fu quindi preparato meticolosamente lo sbarco sulle spiagge di Gela. Una operazione gigantesca, il 10 Luglio del 1943, poco inferiore a quello che sarà lo sbarco in Normandia l’anno dopo, con una quantità di navi e di mezzi impressionante. A differenza della Normandia però (Rommel, incaricato delle difese in Normandia, imparerà molto da questo sbarco) non c’erano grandi difese e protezioni sulla spiagge.

Poche truppe, pochi soldati, qualche tedesco giunto ad aiutare su richiesta di Mussolini (l’invasione nazista non c’era ancora stata) il famoso discorso sbagliato del “li ributteremo sul “bagnasciuga“, in sostanza la sanzione della fine del regime fascista, che infatti cadrà dopo solo due settimane, il 25 luglio, un regime che parlava di “Impero” e non era capace neanche di difendere la madrepatria.

La difesa della Sicilia fu debole, e ancora una volta il Duce fu impressionato negativamente dalla scarsa combattività dell’esercito fascista. In più i soldati di origine siciliana, mandati lì appositamente a difendere le loro terre, quando videro che le loro case erano minacciate da bombardamenti e distruzioni, fecero esattamente il contrario di quello che il Duce si aspettava, cioè accelerarono la loro resa ! La Sicilia fu liberata in poco più di un mese, e gli Americani entrarono a Palermo e a Messina tra scene di giubilo : la guerra per i fortunati siciliani era già finita !

Però, c’è un però, e qui entriamo nel merito della nostra ricerca: c’era stato un gruppo di soldati combattivo, un centinaio di soldati Italiani e Tedeschi, che nei dintorni di Acate avevano dato del filo da torcere agli invasori anglo americani, rifiutandosi di arrendersi se non dopo un lungo combattimento.

Il generale George Smith Patton, comandante all’epoca dell’armata di sbarco, fu inflessibile. Gli Italiani andavano terrorizzati, colpiti e puniti per avere per anni sostenuto il regime fascista e quello nazista: ” Voglio il sangue !” disse ai suoi soldati. Nessuna pietà , neanche per chi si era arreso.

Nessun rispetto nemmeno per la Convenzione di Ginevra, che imponeva la tutela dei soldati e ufficiali catturati: tutti questi, che pur si erano arresi, il 14 luglio vennero portati nelle campagne di Piano Stella, in un bosco vicino al fiume Ficuzza, e fucilati dagli anglo americani, senza nessuna pietà. Tra loro c’era anche un campione olimpico di Berlino 1936.

Sulla strage di Acate (oggi il paese si chiama Biscari) però si sollevò subito un velo di silenzio. Nessuno ne doveva parlare, soprattutto quando si entrò nella fase decisiva della stesura dell’Armistizio, cioè la “resa senza condizioni” dell’8 Settembre 1943.

Una strage dimenticata, come detto, ma non dai Siciliani.

ENRICO BARONCELLI

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