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“La macchina veloce curvò verso il cancello aperto…lei mi venne incontro…come stai?…non sai di me?…no, cosa?…l’alluvione…Ah, già. Ah, già…ma tu sei di Ferrara, no? No, di Ravenna. Ah, già…scusami, non ti ho telefonato per papà…la guardai. Poi mamma si corresse…
“Ti offro un caffè? No, non lo prendo mai…Ah, già, Ah già…” Sconosciuta, Teresa Cassani.
“Troppo mare…alla sera, che l’acqua si stende slavata e sfumata nel nulla, l’amico la fissa e io fisso l’amico e non parla nessuno. Nottetempo finiamo a rinchiuderci in fondo a una tampa, isolati nel fumo…l’amico ha i suoi sogni…di colline, screziate di fiori selvaggi…si contempla…a innalzare colline…sul piano del mare…e lo lascio parlare…vedo solo colline…solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne faticose sul suolo bruciato…” Gente spaesata, Cesare Pavese.

Il 19 febbraio 2025, dalla cattedra dell’Unitre Valsassina nella sede della Comunità Montana, la professoressa e scrittrice Teresa Cassani ha raccontato la vita e la poetica di Cesare Pavese, uno dei più amati scrittori neorealisti della letteratura italiana.
Garbugli sentimentali, ripensamenti tormentati, passetti politici indecisi incontrarono nell’animo del poeta i tanti ‘ah, già’, sospirati tra l’andare e il venire dell’insofferenza per la convenzione e la convenienza delle scelte per arrabattarsi a vivere. Tutto questo provocò in Cesare Pavese uno sconforto così grande che lo portò a suicidarsi il 27 agosto 1950 a Torino in una camera d’albergo…

Cesare Pavese nacque a Santo Stefano Belbo nelle Langhe in provincia di Cuneo il 9 settembre 1908, dove frequentò la prima elementare. Ebbe un’infanzia infelice. Il padre, una sorella e due fratelli maggiori morirono prematuramente e la madre, per ragioni di salute, dovette affidarlo a una balia di Montecucco e poi a un’altra balia quando si trasferirono a Torino, dove il piccolo Cesare portò a termine il ciclo di studi elementari.

In questa città Pavese visse per 40 anni, con la madre in Via Ponza 3 fino al 1930, poi con la sorella Maria sposata con due figlie in via Lamarmora 35 fino al penultimo giorno della sua morte.
Non riuscì mai a spegnere le braci della sua sofferta solitudine da solo…Le scelte di Pavese furono continuamente dipendenti dal legame familiare complicato tra i se e i ma, contorto e nodoso come i tralci delle viti mai dimenticate di Santo Stefano.

“…Fuori, dopo cena, verranno le stelle a toccare sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive, ma non valgono queste ciliegie, che mangio da solo…ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi, che l’accettano senza scomporsi: un brusìo di silenzio…e una stella minuta si dibatte nel vuoto…” Mania di solitudine. “…Val la pena esser solo, per essere sempre più solo? Solamente girarle, le piazze e le strade sono vuote…” de ‘Lavorare stanca’.

Lo scrittore era costantemente alla ricerca di significato in un mondo che considerava alienante e usava metafore e similitudini per esplorare i temi universali dell’esistenza: la vita e la morte, la campagna e la città, l’amore e l’odio, il fascismo e la lotta partigiana.

A Torino frequentò il ginnasio presso l’Istituto sociale dei Gesuiti e poi il liceo Massimo D’Azeglio. Con il compagno di scuola Mario Sturani iniziò a frequentare la Biblioteca civica, e incoraggiato dall’amico scrisse le prime poesie.
La madre nel 1916 vendette la proprietà di Santo Stefano e acquistò una casa sulla collina di Torino, a Reaglie, per trascorrervi i mesi estivi. Tuttavia il ‘luogo della memoria’ per Pavese rimase sempre la cascina nei campi delle Langhe.

Al liceo il prof. d’Italiano Augusto Monti, antifascista, insegnò a Cesare un metodo di studio che incorporava le idee di Francesco De Sanctis e l’estetica di Benedetto Croce in cui l’arte non è subordinata all’utile o al piacere, né al vero, né al bene: ogni opera d’arte è un capolavoro unico per effetto dell’intuizione in cui si è espressa. L’arte non è moralismo, ma frutto di uno spirito fantastico senza il quale non ci sarebbe neppure la logica realtà.

Pavese si diplomò nel 1926. E conobbe Tullio Pinelli, il compagno di scuola a cui scrisse l’ultima lettera prima di suicidarsi.
Il poeta si iscrisse alla facoltà di lettere a Torino e conobbe intellettuali antifascisti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi.
Scrisse “I mari del sud” che risale al 1930, sua prima poesia della raccolta di ‘Lavorare stanca’: “Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio…mio cugino ha parlato stasera…vent’anni è stato in giro per il mondo…mio cugino è tornato, finita la guerra, tra i pochi…un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio…e io penso alla forza che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al silenzio che dura…”

La poesia vuole essere un dialogo aperto con suo cugino, gigante abbronzato fuggito da emigrante e ritornato ‘perchè le Langhe non si perdono’, e ‘la città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo’.

Studiò la letteratura americana per capire lo ‘slang’, o accorciamento delle parole, che cancella le distanze tra lo scritto e il parlato dalla gente comune. Nel 1930 presentò la sua tesi “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman” che venne rifiutata perché troppo improntata sull’estetica crociana, quindi troppo liberale per l’epoca fascista.

Fu invece accettata da Ferdinando Neri, professore di letteratura francese su spinta di Ginzburg e Pavese si laureò. Cominciò a lavorare come traduttore, critico, e insegnante privato.
Nel 1932 scrisse la poesia “Incontro” che venne pubblicata nella II edizione di ‘Lavorare stanca’.
“…l’ho incontrata, una sera; una macchia più chiara sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate…e d’un tratto suonò come uscisse da queste colline, una voce più netta e aspra insieme, una voce di tempi perduti…io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà, ogni volta mi sfugge e mi porta lontano…l’ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care, e non riesco a comprenderla…” Il rovello di Pavese inventa una donna aleggiante nata dal paesaggio e dal ricordo, ma che non può essere raggiunta perché inattingibile, va da sé che l’amore impossibile del poeta non viene corrisposto pur nel tentativo di afferrare quell’incontro aureolato che il cuore tanto desidera ma che non può divenire…

Nel 1933, per poter insegnare nelle scuole pubbliche bisognava iscriversi al partito nazionale fascista, così, su insistenza della sorella che gli consigliava la carriera, prese la tessera del partito fascista contro la sua coscienza.
Iniziò un tormentato rapporto sentimentale con Tina Pizzardo, la donna dalla ‘voce aspra di tempi perduti’. Nel 1934 cominciò a collaborare con la casa editrice Einaudi, ma nel 1935 si dimise per prepararsi al concorso pubblico di latino e greco, ma l’ebreo Dino Segre pseudonimo Pitigrilli, delatore e informatore dell’OVRA, la polizia politica fascista, nonostante le sue origini ebraiche, fece arrestare tutti gli intellettuali aderenti a ‘Giustizia e Libertà’, compreso Pavese sospettato di frequentare il gruppo perché a contatto con Ginzburg e trovato in possesso di volantini antifascisti.

Accusato di antifascismo Pavese venne incarcerato a Torino e poi a Regina Coeli di Roma, fu condannato a 3 anni di confino a Brancaleone Calabro. Il processo si fondava su una lettera inviata da Altiero Spinelli a Tina Pizzardo, militante del partito comunista d’Italia clandestino, presso l’indirizzo di Pavese.
“Qui i paesani mi hanno accolto umanamente…” scrisse a Monti, e cominciò a tenere lo zibaldone diventato poi ‘Il mestiere di vivere’. Domandò la grazia e gli vennero condonati 2 anni.

“…Un tepore di fiato sale su dalla riva, dov’è il letto del mare…non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà…non c’è cosa più amara che l’inutilità. Pende stanca nel cielo una stella verdognola…la lentezza dell’ora è spietata, per chi non aspetta più nulla…Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci?…l’uomo solo vorrebbe soltanto dormire…” Lo stenddazzu”, lirica scritta in prigionia a Brancaleone.

Nel 1936 venne pubblicata la prima edizione della raccolta poetica ‘Lavorare stanca’ e nel frattempo cominciò a scrivere racconti: “Notte di festa”, “Il carcere”, “Paesi tuoi” del 1941. Tornò a lavorare per l’editore Einaudi nel 1942. Dopo l’8 settembre del 1943, a differenza di molti suoi amici che si preparavano alla lotta partigiana clandestina, egli si rifugiò a Serralunga di Crea e strinse amicizia con il conte Carlo Grillo, il protagonista de “il diavolo sulle colline”.

A causa delle retate frequenti dei repubblichini trovò protezione presso i padri Somaschi di Casale Monferrato. Finita la guerra, molti di chi conosceva non c’erano più…, colpito dal rimorso che espresse nel poema “La terra e la morte” si isolò e decise…di iscriversi al partito comunista italiano. Probabilmente il gesto fu dovuto all’esigenza di rendersi degno dell’eroismo dei suoi amici caduti per la libertà, o per tacitare il rimorso dovuto alla sua assenza durante la guerra, o forse era l’ultima speranza per imparare il mestiere di vivere.

Il romanzo di Cesare Pavese scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950 “La luna e il falò” è riconosciuto in letteratura come il capolavoro dell’autore: il protagonista Anguilla, dopo la Liberazione, torna emigrante dall’America e ricorda di essere stato abbandonato sul portone del Duomo di Alba e di essere stato adottato, poi di nuovo perde i genitori adottivi e si trasferisce nel casale di sor Matteo e delle sue figlie, Irene, Silvia a Santa…
Rivive con l’amico Nuto il passato e comprende quanto sia importante per un uomo avere un paese, una famiglia, un punto di riferimento…
”…Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Eppure proprio all’interno degli affetti più cari nella casa di Cinto, il suo nuovo amico, si verificano omicidi efferati e scene folli. Luoghi dove a volte i contadini conducevano vite miserabili, feroci, inumane. Anguilla e Nuto aiutano Cinto a recuperare il senso del vivere nella sua tragica sorte incomprensibile. Nel frattempo Anguilla scopre da Nuto che Santa, la bella, durante la guerra era diventata spia dei tedeschi, dei repubblichini e dei partigiani, in pratica faceva il triplo gioco e per questa sua viltà, probabilmente dovuta a leggera incoscienza, fu barbaramente uccisa dalla brigata partigiana locale e le sue spoglie, ricoperte di rami di vite secchi, vennero bruciate come in un falò paesano…mentre la luna stava a guardare…e sulla terra nuda rimase il cerchio annerito per un bel po’…

Ormai consapevoli che non si può aggiustare il mondo, Anguilla e Nuto convengono che almeno si conoscano le storie disperate degli uomini, affinché si acquieti il senso eterno di inquietudine che provoca solo sofferenza e morte.
Il 24 giugno 1950 Cesare Pavese vinse la quarta edizione del Premio Strega con ‘La bella estate’, fu proclamato il maggior scrittore e intellettuale italiano del tempo, divenne una leggenda.
L’incontro termina con la poesia: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” dedicata alla sua amata Costance Dowling, “…o cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla…”
Ah, già…ah, già…in tanti lo hanno commemorato così.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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