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Davvero Volodimir Zelensky sta “giocando con la III guerra mondiale”, come ha eruttato l’altro giorno il zazzeruto presidente usa Donald Trump? Su questo e su altri roventissimi argomenti legati alla situazione geopolitica internazionale si sono espressi e si stanno esprimendo migliaia di osservatori, più o meno ben informati, più o meno orientati in direzione dell’una o dell’altra visione del conflitto in corso in Ucraina, commentando le cause (remote o recenti che siano) e vaticinando sulle possibili conseguenze della putiniana “operazione militare speciale”.

Operazione che a tutt’oggi ha causato, su entrambi i fronti, molte centinaia di migliaia di morti e innumerevoli feriti militari e civili. Esprimere giudizi, valutazioni, pareri, certezze e previsioni sembra un’attività alla quale non pochi si dedicano con passione da pulpiti differenti. Scagliano, costoro, fulmini e anatemi ora verso la sciagurata ostinazione di Kiev a “vincere o morire,” o in direzione dell’arroganza trumpiana il cui argomento principale, rivolto in diretta a Zelensky durante l’incontro – scontro nello studio ovale è stato il seguente: “Tu non hai più carte da giocare.”

Insomma, il mondo sembra diviso fra due tifoserie ciascuna delle quali non intende le ragioni dell’altra. Ad incrementare le già elevate difficoltà di “lettura” di questo intricatissimo ordito teso fra America, Europa e Russia, si inseriscono gli eventi bellici, caratterizzati per ora da una fragilissima sospensione delle ostilità, che contrappongono Israele a Hamas. Eventi che giocano certamente un ruolo importante negli equilibri geopolitici planetari. Infatti, mentre strapazza il presidente di Kiev e sospende con un atto esecutivo (leggi: d’autorità) tutti gli aiuti all’Ucraina, l’inquilino che siede alla Casa bianca concede altri 4 miliardi di dollari in armamenti a Netanyahu che la curva sud della geopolitica considera strenuo difensore della Terra di David, mentre la curva nord lo ritiene un inguaribile guerrafondaio e crudele sterminatore di palestinesi. Ma dove sta la verità? Ha forse ragione chi sostiene che
“la verità”
non esiste e che solo
“il vero”
possieda, per così dire, consistenza ontologica e, in altri termini, sia concretamente rilevabile e dunque utilizzabile.

Tornando al tema principale di questo intervento, per fornire al lettore qualche ulteriore elemento di giudizio, non può essere ignorato un particolare geopoliticamente significativo: il repentino “rovesciamento delle alleanze” operato dalla Casa banca a trazione trumpiana con effetto dirompente dopo i pluriennali tentennamenti dell’amministrazione Biden. Replica quasi perfetta di quell’altro più famoso capovolgimento che, durante la guerra dei sette anni, con il trattato franco austriaco del 1756, sancì l’uscita da parte della Francia di Luigi XV dall’alleanza con la Prussia per entrare, armi e bagagli, nell’intesa con Austria e Russia. In tal modo il Cremlino divenne così, per la prima volta, attore di primo piano sul teatro europeo e occidentale in genere.

Ieri il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov ha espresso senza reticenze questo nuovo, drastico mutamento di rotta putiniano sostenendo pubblicamente che la nuova strategia Usa “coincide in gran parte con la nostra visione”. Per buona misura il ministro degli esteri russo Lavrov, è intervenuto a gamba tesa nel lavoro della diplomazia accusando Zelensky di essere “un nazista puro” e “traditore degli ebrei” in riferimento alle origini del presidente ucraino. Il quale, come è stato acutamente osservato con raffinata indagine antropologica anche su queste pagine, non parla un inglese perfetto e veste malissimo.

Attendiamo con ansia un’analisi in termini antropologici sul tycoon che governa la massima potenza militare ed economica del pianeta. Sono comunque, quelle di Lavrov, espressioni durissime e sconcertanti soprattutto perché pronunciate dal capo della diplomazia di uno degli attori principali della ormai triennale contesa. Insomma la nullificazione mediatico – politica di Zelensky si avvia alla conclusione. A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé intricatissimo, dei rapporti di forza fra potenze internazionali (l’Europa, agitandosi velleitariamente e in disordine, sta faticosamente tentando di ritagliarsi un ruolo in quest’ambito ma con scarse possibilità di successo) va aggiunta la silenziosa ma ingombrante presenza cinese. Fino ad ora Xi Jin Ping si è mostrato decisamente poco attivo sulla scena internazionale riguardante gli avvenimenti di cui stiamo parlando. Ma si può star certi che Pechino segue con occhiuta attenzione ogni più piccolo avvenimento pronto a raccogliere ogni opportunità.

La Cina si sta muovendo con grande cautela anche perché si trova in una contingenza delicata e importante per l’espansione di alcuni mercati, in particolare il settore e-automotive. Le vetture a propulsione elettrica di fabbricazione cinese stanno invadendo il mercato mettendo in serie difficoltà i produttori, (ieri Stellantis ha perso più del 6% alla borsa di New York) non solo europei e asiatici. Tesla, creatura di Elon Musk (braccio destro tecnologico di Trump e testa di serie nella corsa allo spazio e alle telecomunicazioni via satellite con Starlink) ha subito ieri un crollo a Wall street (-25%) dovuto anche alle conseguenze dei dazi selvaggi imposti da Trump ai prodotti di molti Paesi, Europa compresa.

Ancora una volta il protezionismo mostra di essere un’arma dotata di pericoloso doppio taglio. Sui piccoli schermi del Vecchio continente, compaiono con sempre maggiore frequenza le promozioni di autovetture elettriche made in China. Si tratta in genere di mezzi dotati di non disprezzabile contenuto tecnologico offerti a prezzi decisamente concorrenziali. E sul piano delle telecomunicazioni, ormai da anni gli smartphone prodotti nell’ex Celeste impero (ma perché “ex”?) stanno conducendo ad armi pari una feroce guerra di mercato in opposizione ai competitors non solo occidentali, Taiwan (e Samsung) compresa. Per ora, ad eccezione di qualche generica dichiarazione sull’opportunità della cessazione della guerra in Ucraina, Xi non si è esposto più di tanto e sta immobile lungo la riva del fiume in attesa che la corrente gli porti qualche occasione propizia. Meglio se qualche metaforico cadavere.

A casa nostra, intanto, l’Europa (ma quale Europa?) pare orientata verso un rapido ma difficile riarmo mentre Trump ha chiaramente fatto capire che non intende più sostenere economicamente la Nato. Difficile, davvero molto difficile avanzare previsioni sia pure a breve termine. La situazione internazionale appare, come si dice, fluida ed estremamente instabile. Zelensky e l’intera Europa si ritrovano tra due fuochi. Forse il più pericoloso non occupa il Cremlino ma lo studio ovale. L’ombrello atlantico sta davvero per chiudersi? Dovremo davvero scambiare pensioni e welfare con bombe e cannoni? Nell’attesa molto meglio sperare in una pace “giusta e duratura”. Anche perché sperare è gratis e non incide su prezzi, costo della vita, occupazione, scuola, sanità… Però tutto dipende da che cosa intendiamo per pace.

ELIO SPADA

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