Gianfranco Scotti, giornalista e scrittore, cultore del vernacolo e della storia locale, promotore della cultura del territorio lecchese, ha scritto e pubblicato nel 2023 “I aventuur de Pinocchio”, traducendo integralmente in dialetto lo straordinario romanzo di Carlo Lorenzini detto il Collodi: “Pinocchio”, il libro letto in ogni parte del mondo e tradotto in 260 lingue.
“Chi legge Pinocchio prova un’emozione grande come quando si è trovato davanti al mare la prima volta. E’ come se scoprisse il sapore delle fragole, il vento della vita…perchè il capolavoro di Collodi rappresenta la metafora dell’illusione e delusione, della guerra di liberazione di una marionetta dalla dabbenaggine dei Paesi dei Scigueton e dei Belee che gli permette di diventare bambino…”.
Benedetto Croce dichiarò che il tocco di legno su cui è stato intagliato il ‘giupii de legn’ è paragonabile all’umanità, coi suoi ohi ohi, le sue orecchie d’asino, e il naso lungo di Pinocchio.
Mercoledi scorso quindi Gianfranco Scotti ha presentato il suo libro e recitato in maniera esilarante alcune avventure di Pinocchio in dialett de lecc all’Unitre Valsassina nella sede della Comunità Montana.
Lo studioso Gianfranco Scotti già da ragazzino scelse l’arte come maestra di vita diventata in seguito la sua ragione di vita. Nel lontano 1959 lo scrittore fondò il Civico Seminario Manzoniano e di Arte Scenica, una scuola di recitazione per i ragazzi che volevano diventare attori, e fino al 1990 esercitò la funzione di Segretario del Sindaco di Lecco come Capo Ufficio Stampa. Dal 1978 è redattore della rivista di studi storici “Archivi di Lecco”. Dal 1985 al 2014 fu a capo della Delegazione lecchese del FAI. Attualmente è consigliere dell’Associazione “Famiglia Meneghina” di Milano. Affascinato dalla penna di Carlo Porta, organizza da decenni eventi che riguardano la diffusione e la conoscenza della poesia in dialetto lombardo, non mancando di occhieggiare la canzone dialettale che nasce e cresce come l’erba dai monti al lago.
Chi non canticchia i canti melanconici delle filandere che andavano a Bellano a lavorare in filanda? Chi non sa i versi del canto dei boscaioli delle Grigne, dei contadini della Valsassina Valvarrone Val d’Esino, e dei pescatori di agoni di Varenna? Tutti, più o meno, li ascoltiamo allegramente alle feste di paese.
Ma…per poco ahimè, questa lingua popolare sta scomparendo.
Il linguaggio dei nostri antenati si esprimeva nei dialetti e caratterizzava la gente che viveva in una determinata zona.
Il dialetto lombardo appartiene alla lingua romanza occidentale, ossia deriva dal latino con derivazioni celtiche e longobarde, anche spagnole, e nel 1800 si caratterizza con parole francesi.
Risale al 1264 il primo testo in lombardo, è il Sermon Divin di Bonvesin de la Riva nato a Milano il 1240 e morto sempre a Milano il 1315. Bonvesin è considerato il padre della lingua lombarda. Il testo parla della Passione di Cristo ed è un volgare latino. L’incipit è una richiesta di protezione a Dio.
“Alto Deo patre, Segnior
…
Mandame la toa paxe,
…
Dè a mi seno et memoria,
…
Spirito Sancto de toa bontà
Eo ne sia sempre inluminao,
Jnluminao e resplendente…”
Il dialetto per alcuni è una lingua, per altri una derivazione, per qualcuno una lingua subordinata a una lingua politicamente dominante.
La distinzione è soggettiva.
“Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina” come sostenne il linguista lituano Max Weinreich. Tale aforisma indica che la distinzione tra dialetto e lingua è essenzialmente di natura politica. Tuttavia, con l’Unità d’Italia era necessario che gli italiani si comprendessero, ecco allora intense campagne dei vari Governi per insegnare la lingua italiana in tutte le Regioni dove ancora si parlava solo il dialetto, così almeno dal 1861 fino al 1960-70. La televisione, nel II dopoguerra, contribuì corposamente a favorire il passaggio dal dialetto all’italiano nelle case degli italiani e provvide alla sua diffusione all’estero. Il dialetto toscano, comprensibile in tutto il Paese, fu la locomotiva trainante che permise di costruire la lingua ufficiale italiana parlata e scritta da Nord a Sud.
Oggi, nei Paesi della Comunità Montana, quasi nessun bambino sa parlare il dialetto, e forse neanche capire.
Spesso, sul tratto da Cortenova a Esino Lario, arrivano messaggi dalla Svizzera che dicono: “Benvenuto in Svizzera…”. Un giorno mi è capitato, tra un tornante e l’altro, di ascoltare un TG svizzero totalmente in dialetto, peraltro molto simile al nostro.
Perchè non prendere esempio?
Dialetto e italiano in un rapporto di diglossia: cioè il dialetto può subentrare nella lingua italiana e inserirsi in essa senza però sostituirla interamente, in tal modo l’italiano, lingua essenziale per la comprensione e la comunicazione unitaria, può continuare a coniugare l’uso del dialetto anche nella più alta manifestazione dell’arte e in letteratura.
MARIA FRANCESCA MAGNI