Se ne può parlare, discutere, leggere, ma prima di tutto: il Manifesto di Ventotene del 1941 di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che è un’idea propulsiva per la ricostruzione dell’Italia distrutta sia a livello fisico che morale a seguito della dittatura fascista e della II guerra mondiale, deve essere studiato.
La questione della proprietà privata affrontata nel Manifesto, stralcio letto recentemente alla Camera dei Deputati dal Presidente del Consiglio: “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”. Cosa vuol dire? Significa ciò che è scritto nella Costituzione Repubblicana Italiana del 1948 all’art. 42, 2comma: “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti (art. 44, art.47, 2c.) e, al 3comma: “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale”.
Sarebbe possibile non regolamentare la proprietà privata in una società civile, democratica e liberale? Basta fare l’esempio banale di come si devono usare e amministrare le aree comuni di un condominio…o le piazze d’Italia per i cortei, il rispetto dei parchi pubblici, delle scuole, dei muri cittadini spesso sfregiati, dei musei…il passaggio delle servitù che portano l’acqua e la luce in ogni città o borgo, oltre che provvedere a tutelare i legittimi confini privati di case e terreni da improprie incursioni…la fila è lunga!
L’abc dell’economia politica propone 2 soluzioni per la distribuzione della ricchezza prodotta: lo Stato accentra il potere economico producendo direttamente i beni, sotto la velata parvenza della libera iniziativa economica in mano a pochi che determinano le condizioni del mercato convogliando le masse secondo i propri esclusivi interessi, favorendo in tal modo i cosiddetti monopoli, considerati ostacoli pericolosi alla vera libera iniziativa economica dai vari Antitrust presenti, peraltro, in ogni Paese democratico; oppure lo Stato regolamenta la produzione e il prezzo dei beni attraverso imposte dirette o indirette, tariffe, per dar modo a tutti di inserirsi a vario titolo nel mercato e con lo scopo di proteggere i consumatori.
Afferma il Manifesto: “non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica…come le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo ma che, per reggersi, hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi…come ad esempio le imprese siderurgiche italiane, le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello Stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa come le industrie minerarie, le banche, chi produce armi”. Questa accezione fu uno dei motivi che portarono alla nazionalizzazione della rete elettrica italiana negli anni sessanta. Il concetto, contestualizzato all’oggi, vede l’entrata di grandi colossi digitali e satellitari motivati da strategie per rendere difficile la partecipazione ad altri competitori, creando in tal modo dipendenza economica e non solo.
I diritti civili e sociali delle persone, elencati nei principi fondamentali della Costituzione, vengono continuamente manipolati, sbriciolati, ridotti a niente, secondo la convenienza del momento storico.
E da ultimo, il Manifesto recita: “la Federazione Europea è l’unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani (il mondo allora si divideva così a livello politico) si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo…”.
Forse è un concetto troppo alto per noi.
MARIA FRANCESCA MAGNI