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Cerchio Aperto nasce nel 2005, è il centro diurno per la salute mentale di Lecco del DSM, che accoglie persone dai 18 ai 65 anni con fragilità psichica offrendo loro percorsi riabilitativi e risocializzanti differenziati rispetto al bisogno di ciascuno. E’ un servizio ASST gestito dal Consorzio Stabile HCM di Milano. Le attività proposte vanno dallo sport, ai laboratori di artigianato, scultura e bricolage, corsi di inglese, cineforum, uso degli strumenti tecnologici, collaborazione col territorio, fino alla redazione del giornale “Magazine Cerchio Aperto”, e molto altro…soprattutto tanto dialogo che avvolge con le braccia la sofferenza umana come la circonferenza di un cerchio che non si chiude mai, sempre aperto al dopo…
“Il racconto autobiografico è un atto creativo e uno strumento per prendere coscienza di sé e del proprio vissuto” Duccio Demetrio, filosofo e pedagogista.

Il racconto della sofferenza, la sua accezione e la sua rielaborazione consentono alle persone di ritrovare un senso di liberazione, consapevolezza e autostima. La creatività è alla base del processo riabilitativo ed evolutivo in quanto capace di toccare le corde emotive e cognitive dell’immaginazione permettendo di esplorare nuove risorse e potenzialità.
Fu così che, nel 2019, agli inizi della pandemia, nacque il “Magazine Cerchio Aperto”, riflessioni e racconti dei frequentatori del Centro sui temi esistenziali: amore, libertà, trascendenza, fantasia, metamorfosi, tempo, diversità. Ad oggi sono state pubblicate 10 numeri del magazine, i primi tre raccontavano la quotidianità del Centro. Il tema che la redazione ha scelto per l’11° pubblicazione è l’attesa.
La redazione si riunisce due volte la settimana: i più giovani, competenti in scrittura e uso della tavoletta grafica preparano per ogni numero del giornale una storia a vignette, mentre i redattori adulti si incontrano per sviluppare storie, narrazioni, la grafica e la fotografia.

Aida e Massimo, educatori professionisti, specificano che ogni redattore porta le proprie esperienze, valori e il proprio bagaglio culturale, e le posizioni, spesso, si contrappongono, come è giusto che sia, è nel DNA dell’uomo. E là, dove nascono delle situazioni conflittuali, prevale la professionalità di ogni redattore che è quella di accogliere la narrazione individuale con un ascolto empatico, al fine di trovare punti di convergenza affinché le diversità diventino punto di forza e risorsa per ciascuno e per il gruppo.
E’ a questo punto che il valore dell’attesa, imparare ad aspettare e ascoltare per apprezzare il valore delle cose, avere capacità di autocontrollo, riconoscere i bisogni altrui, consente di riflettere, di scegliere e di valutare ciò che sta accadendo.

In giornate indaffarate, piene magari di nulla o vuote di tanto, l’attesa può essere un fastidio per tutti, ma dal punto di vista educativo invece è importante imparare a saper attendere. Nella lentezza delle azioni ordinarie il tempo di attesa non sempre è negativo, ma necessita di dedizione e sacrificio, impegno e tenacia, lavoro e costanza. Soprattutto quando si aspira a un futuro migliore. Non basta schioccare le dita e… oplà il desiderio si avvera…

“…Aspettando Godot di Samuel Beckett, testo di difficilissima analisi che ho studiato e amato tanto…la tragedia moderna di due clochard: Estragone e Vladimiro che aspettano con ansia un tale Godot, forse personificazione di Dio o della felicità, che non arriverà mai all’appuntamento…” L’approfondimento di Pietro titolato “L’attesa in letteratura: dalla poesia alla psicanalisi” ci ricorda che “Aspettando Godot” rappresenta la metafora del vivere umano caratterizzato dall’attesa fatalista, senza se e senza ma per tutti, che qualcosa accadrà…spesso in assenza di un compimento alle proprie aspettative. Pietro cita Freud con la teoria psicanalitica della nevrosi dell’attesa, in cui i desideri dell’uomo bruciano insieme al tempo che passa inesorabile. Pietro ricorda la storia di Penelope che aspetta invano il ritorno di Odisseo, e le sue lacrime tessono sull’armatura della trama e dell’ordito una tela di sola speranza…Poi l’autore guarda a Leopardi con il “Sabato del Villaggio” che decanta l’aspettativa dell’attesa della domenica che arriva, scappa via, ed è già lunedì, e recita “L’infinito” come autoriflessione sul tempo…Prosegue sul tema riferendosi al russo Minkovski che analizza la natura violenta dell’uomo, anche nell’attesa, e si domanda: cosa potrà accadere?

Poi Pietro confessa: “ …provo anche io qualche volta il fatalismo di non poter determinare in modo sicuro il mio futuro e l’angoscia, come penso tutti noi, di qualcosa di inaspettato e doloroso…e c’è il pericolo di diventare schegge impotenti di una società individualista e indifferente…Tuttavia avendo una fede metafisica solida cerco di organizzare il mio tempo in modo proficuo nell’attesa di un destino per me eterno in Dio…”. La conclusione dell’articolo di Pietro è la poesia “Se saprai starmi vicino” di Pablo Neruda: “Se saprai starmi vicino…se riusciremo a essere noi in mezzo al mondo e insieme al mondo…sarà scoprire quello che siamo e non il ricordo di come eravamo…”.

“…4 luglio 2022. All’epoca avrei dovuto sostenere l’esame di maturità” racconta M.S. col suo testo dal titolo “Il buio e la luce”. “Riuscire a finire la scuola nonostante le mie condizioni di salute penso sia stato uno dei traguardi più grandi della mia vita…Ero all’apice del mio disturbo alimentare, sviluppatosi anche a causa di un contesto scolastico tossico per me…a mala pena mi reggevo in piedi…ogni boccone era come una pugnalata al petto, le lacrime scendevano copiose sul mio viso…una sensazione che solo chi la vive può capire…uscivo di casa di nascosto, non badando alle regole imposte dalla quarantena. In testa avevo solo un obiettivo: dovevo per forza raggiungere un numero di passi giornalieri che mi ero prefissata…correvo verso il parco giochi vicino a casa…così passavo l’intero pomeriggio fino al tramonto a camminare…passavo ore in piedi a ripetere letteratura inglese, francese, tedesca, era diventata normalità persino svolgere esercizi di matematica mentre mi muovevo in cerchio…la mia classe aveva la stima in tutto l’istituto di essere la migliore, solo che il pretendere sempre così tanto, ha creato tra noi studenti un clima di competizione, invidia e confronto che ha totalmente cambiato la mia vita e la persona che ero prima…ero svuotata, terrorizzata dal giudizio degli altri, mi vergognavo…

Non ho mai chiesto comprensione ai docenti, solo l’ultimo anno i miei genitori hanno dovuto spiegare il motivo delle mie numerose assenze, dovute a visite mediche, controlli e day hospital…Tuttavia riuscii a superare la prova con buoni voti…e mi lasciai questo capitolo della mia vita alle spalle, soddisfatta per avercela fatta nonostante tutto. Però non dimenticherò mai la fatica e la sofferenza di quel periodo…”. M.S. col tempo ha trovato un equilibrio, cercando di dimenticare il passato e cercandosi tra le bellezze nascoste della sua mente. Anche se i momenti di sconforto permangono, la gioia che le ha invaso il suo cuore per aver superato l’aspetto gigante della malattia la rendono la donna che è oggi: responsabile e serena. La sua metamorfosi da crisalide in farfalla è cominciata con l’organizzare la sua festa di compleanno con tovaglie, decorazioni e palloncini blu.
…col vestito dei suoi sogni ricoperto di paillettes d’argento e l’ampia gonna di tulle blu, la torta al cioccolato e frutti di bosco della zia pasticcera, all’insegna della spensieratezza, M.S. riuscì a realizzare perfettamente la festa, secondo la sua creatività e i suoi gusti. Aspettò quel momento con tutta se stessa. Alla fine, come si dice, l’impegno paga sempre, ricevette l’affetto e i complimenti da parte di tutti i suoi parenti e amici, quelli veri.

(fine I parte)
MARIA FRANCESCA MAGNI

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