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L’attimo fuggente” si intitola l’articolo di Jacek: “sono fotografo da più di 40 anni in ambito professionale, ma anche amatoriale, in quanto ritengo che la parola ‘foto amatore’ significa essere amante della Fotografia. Il mio lavoro, vita e passione, è la congiunzione tra i libri che ho letto, musica che ho ascoltato, film che ho visto, posti che ho visitato, gente che ho conosciuto…amori che ho vissuto…la fotografia è un’attesa che si concretizza nel momento in cui il fotografo coglie l’attimo fuggente…uno dei primi lavori su commissione che attesi con ansia fu quando iniziai a collaborare con Rizzoli editore, fu un servizio di tipo redazionale con le case discografiche o con i produttori cinematografici. Una delle richieste più prestigiose fu di partecipare al festival del cinema di Venezia che si concludeva con la mostra dei più illustri fotografi italiani…Imparai da allora che la vita è tutta un’attesa…”.

Jacek sostiene che per la buona riuscita di una fotografia il fotografo deve combinare più attese, per esempio l’orario del servizio fotografico, la preparazione delle luci e dello chassis…soprattutto se la foto deve essere esposta in un evento internazionale come quello di Venezia.
“…Per uno scatto” dice Jacek “si deve creare il setting che prevede come elemento fondamentale la luce giusta. Questo presuppone l’attesa dell’istante in cui le zone di luce, ombre e chiaroscuri creano intrecci attraverso pannelli riflettenti posizionati nelle corrette angolazioni…nel caso si volesse una foto priva di ombre bisogna attendere l’arrivo di una nuvola o usare pannelli coprenti…” Per ottenere un buon ritratto invece, conclude Jacek, sono necessarie anche ore di dialogo ed empatia tra il fotografo e la persona da fotografare, senza fretta, nell’attesa che si venga a creare quell’armonia di intesa che permette di fare clik e immortalare così la smorfia, il sorriso, la gioia, il dolore, la rassegnazione, la disperazione…forse anche il sogno…

Aniket scrive di sé titolando il suo testo “Ambizione”. “Sono nato in India, nel Punjab ad Hoshiarpur nel 2001…all’età di 2 anni la mia mamma abbandonò me e mia sorella e mio padre scelse di fare una vita dissennata scordandosi di noi…I miei nonni mi accudirono con affetto…”. Dell’infanzia Aniket ricorda le scimmiette Bander, le campane sikh che richiamavano i fedeli alla preghiera, la ruota fatta rotolare sulla strada col bastone…”All’età di 7 anni venni adottato dai miei zii, che tutt’ora vivono a Bellano, per avere un futuro migliore…mio zio lavorava come chef nel ristorante di Villa Monastero a Varenna…cominciai a frequentare la scuola elementare di Lierna, mi piaceva la pasta al pesto della mensa scolastica…per la prima volta vidi le paperelle sul lago, i cigni, i gatti…all’inizio il percorso fu difficile in quanto ero discriminato a causa della mia cultura, per il colore della pelle subendo anche episodi di bullismo. Dovetti così cambiare scuola.

A Bellano trovai conforto nei miei insegnanti e riuscii a terminare le scuole medie senza essere bocciato. Poi mi iscrissi alla scuola alberghiera di Chiavenna, ma…le difficoltà dell’adolescenza unite alla mancanza dell’affetto genitoriale e la ferita dell’abbandono mi condussero a trovare conforto nell’uso di sostanze stupefacenti…”. Aniket era furioso, arrabbiato col mondo che sentiva ingiusto e crudele. Avvertiva un grande senso di vuoto “l’uso della marijuana mi portò a compiere atti di bullismo nei confronti di ragazzi più piccoli, a commettere vandalismi e a stare sempre più male…da qui nacque anche il conflitto con la mia famiglia adottiva…scappai di casa…dopo 2 mesi ritornai e ricomincia a frequentare una nuova scuola alberghiera a Sondrio che finii nonostante non riuscissi a smettere di fumare droga…una volta diplomato iniziai a lavorare in un albergo di Colico, mi innamorai di una ragazza italiana…ma la relazione finì…Decisi di andarmene a Francoforte, tramite un’agenzia interinale trovai lavoro, ma i miei colleghi erano quasi tutti cocainomani…mi persi: la droga lavorava al posto mio…

Una sera di maggio del 2022 mi venne quasi un infarto per il troppo abuso di cocaina…mi salvai per miracolo…dopo l’ospedale decisi di farla finita con la droga, ma il mio cervello era ko…i danni rimasero nella mia testa quindi nel 2023 tornai in Italia, a casa, per curarmi dalla dipendenza e dal disagio psichico. I miei decisero di portarmi in psichiatria dove tutt’oggi sto facendo un percorso di riabilitazione per recuperare tutte le mie capacità emotive, sociali e lavorative..”.

Aniket oggi si sente più sereno, ma è consapevole che il cammino sarà lungo e laborioso.
“non importa se questo vorrà dire aspettare anni, quello che conta sarà il percorso da compiere con la massima serietà…raggiunto questo obiettivo, farò la patente della macchina e comincerò una nuova entusiasmante avventura”.

Paola, saggiamente, ci rammenta col suo articolo “L’attesa ai tempi dello smartphone” che non sappiamo più attendere. “tutto è diventato istantaneo, in tempo reale, simultaneo. Eppure la vita è sempre un’attesa: la gioia della gestazione, la fretta di crescere tipica dell’adolescenza, l’età adulta con le sue ambizioni, l’amore con le sue attese sfarfallanti, la vecchiaia con il peso degli anni e la voglia di realizzare per tempo qualche sogno mai compiuto. E’ difficile oggi aspettare e si fa molta fatica quando siamo abituati al ‘tutto e subito’: ad esempio whatsapp è un sistema di comunicazione immediato che toglie la frustrazione dell’attesa…lo smartphone si usa ormai in tutte le fasi di vita quando incombono la solitudine e la paura della noia. Il rispetto e l’empatia si perdono e ciò condiziona la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro”.

Paola ricorda con dolce malinconia quando da studentessa universitaria a Bologna si rifiutava di utilizzare il cellulare per invogliarsi a comunicare con carta e penna o con una romantica cartolina…tuttavia è consapevole che oggi, come ha dimostrato la pandemia Covid, “i social, il telefonino e le video chiamate permettono di accomunare le persone, di accorciale le distanze, condividere esperienze, sentirsi vicini anche se lontani…”.
L’attesa implica rivolgere l’animo benigno verso coloro che interagiscono con noi, non importa con quale modalità.

Luigi ci parla de “L’attesa nella musica”. “Nella notazione musicale la pausa rappresenta il silenzio. Gli studi nelle neuroscienze affermano che le pause nella musica sono a volte la parte più importante dei pezzi musicali…sono più potenti…In sostanza, nel silenzio della pausa non c’è suono, ma nel cervello c’è aspettativa che produce risposte di previsione che cambiano con l’immaginazione, creando un momento magico…Nella tragedia greca antica vi sono delle pause tra le scene narrative e le parti corali per consentire la riflessione personale del pubblico sulle tematiche proposte dal mito”. Luigi è un appassionato di concerti gospel nelle chiese “dove ho potuto percepire e apprezzare un’atmosfera gioiosa… perché i vari timbri ora si sovrappongono, ora si silenziano, creando in me un’aspettativa colma di speranza…”

Come la canzone ‘Freedom’, un canto responsoriale di libertà madido di attesa spirituale, specifica Luigi, cantato dagli schiavi neri mentre pulivano il cotone nei campi americani per alleviare la fatica del duro lavoro servile.

…ma la storia è una semplice sequenza di date da imparare forse per il 6 scolastico, facili da dimenticare…e ancor più facile è cancellare i fatti.

Il racconto di Dino Buzzati “Il Colombre” che comincia così: “Quando Stefano Roi compì 12 anni chiese a suo padre, capitano di mare e padrone di un veliero di portarlo con sé…” viene citato da Vittoria nel suo testo “La fortezza Bastiani” perché l’autrice si è sentita un po’ come il protagonista del libro che “attende e contemporaneamente rifugge per tutta la sua vita un ‘cosa’ non ben definita…”. “Il deserto dei Tartari, altro romanzo di Buzzati amato da Vittoria, tratta l’attesa del un giovane ufficiale Giovanni Drago che viene assegnato alla fortezza Bastiani, un decrepito edificio situato in un deserto montagnoso. Avamposto strategico per fermare eventuali attacchi da parte del popolo Tartaro. Drago cade in depressione e chiede il trasferimento che inaspettatamente ottiene. A questo punto la situazione si ribalta, il giovane non vuole più andarsene. C’e’ qualcosa di magnetico che lo attrae in quel luogo sperduto, Sarà il caminetto acceso? Il cibo? l’osteria? Le abitudini? O forse la sensazione di stare aspettando un evento glorioso ed eroico?” prosegue Vittoria “col passare del tempo tutto ciò si affievolisce nel rimpianto di una vita buttata via…”
Vittoria afferma che spesso si rimane intrappolati nelle abitudini quotidiane aspettando, magari per una vita, una mano dal cielo o dalla terra che ci tiri fuori…

Conclude Vittoria: “può fare al caso nostro il Talmud:
Stai attento ai tuoi pensieri, perché diventano le tue parole
Stai attento alle tue parole, perché diventano le tue azioni
Stai attento alle tue azioni, perché diventano le tue abitudini
Stai attento alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere
Stai attento al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino”.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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